I limiti politici dello sviluppo

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50 anni fa, veniva diffuso il Rapporto sui limiti dello sviluppo, forse l’opera al mondo che vanta il maggior numero di critiche e stroncature insensate, nel senso che i detrattori spesso non ne hanno letto neppure una riga ma basano le loro osservazioni su fonti indirette e quasi altrettanto disinformate.

La più importante lezione di quello studio è la constatazione che, raggiunta una certa soglia di sfruttamento, le risorse non rinnovabili ‘finiscono’ ben prima dell’esaurimento fisico vero e proprio, ossia quando si oltrepassa un limite economico tale da non renderle più convenienti.

Gli autori del Rapporto immaginavano uno scenario di graduale e inesorabile crescita dei prezzi delle principali commodity, in realtà le frequenti crisi economiche hanno provocato rallentamenti della domanda che hanno causato l’alternarsi di deflazione e inflazione, con gli stati che hanno sovvenzionato settori strategici come l’industria degli idrocarburi in modo da far fronte alle sempre più ricorrenti tempeste economico-finanziarie.

L’attuale conflitto tra Russia e Ucraina sembra lasciar trasparire che, oltre ai limiti fisici-economici, ne esistano anche altri che potremmo definire di natura politica. La stagnazione economica rinfocola le tensioni tra i principali soggetti del mondo globalizzato, fino a sfociare in guerra aperta. A quel punto, provvedimenti volti a limitare gli scambi economici con nazioni ritenute ostili non solo impediscono l’erogazione di particolari beni o servizi, ma probabilmente la precludono anche sul lungo periodo.

Può l’industria petrolifera e metanifera russa sopravvivere a un eventuale embargo totale dell’Occidente, anche solo temporaneo? Per quanto tempo le attività produttive europee possono rendersi anche solo parzialmente autosufficienti dall’energia russa e privarsi della sua quota di mercato? Quanto rischia di collassare l’industria alimentare a causa del perdurare del conflitto?

Si pensava che l’interdipendenza reciproca provocata dalla globalizzazione totale dell’economia sarebbe stata garanzia di pace perpetua, invece ha reso tutti i protagonisti coinvolti meno resilienti alle avversità e aumentato la probabilità di un collasso collettivo.

La ragionevolezza indurrebbe a uno sforzo comune per superare i contrasti e riconquistare almeno parte del benessere perduto ma, in un contesto di tipo capitalista, basato quindi sulla competizione più accanita, non stupisce la corsa al massacro in atto, con tutto il corollario autolesionista dovuto alla sospensione dei pur blandi provvedimenti di riconversione ecologica in favore delle spese militari e del riarmo.

A differenza dei limiti fisici-economici, definiti in maniera ineluttabile dalle leggi della termodinamica, quelli politici sono prettamente umani e sarebbe possibile pertanto lavorarci sopra. L’ecologismo si è affidato quasi esclusivamente alla constatazione scientifica per arginare il danno ambientale, ma la situazione che viviamo testimonia forse la priorità del cambiamento politico per innescare, a tutti i livelli, i processi adeguati per proteggere la biosfera.

Ma questa sarebbe un’altra storia, molto diversa da quella in cui siamo tragicamente coinvolti.

Immagine in evidenza: scenario base de I limiti dello sviluppo

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Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

1 commento

  1. Ti sei fatto delle ottime domande e in parte ti sei dato anche la risposta (“Si pensava che l’interdipendenza reciproca provocata dalla globalizzazione totale dell’economia sarebbe stata garanzia di pace perpetua…”).
    Azzardo una riflessione soggettiva. Ritengo che più che ad una globalizzazione totale dell’economia abbiamo assistito a globalizzazioni a trazione imperialista diversa. Direi almeno tre, quella americana-occidentale, quella russa e quella cinese. Se una globalizzazione unica poteva essere garanzia di pace perpetua (ma è tutto da dimostrare…), tre imperialismi globalisti differenti finiscono inevitabilmente per confliggere, prima sui mercati e poi, come la storia ci insegna, anche militarmente. In questo quadro la ragionevolezza ha perso purtroppo diritto di cittadinanza e l’ecologismo non può che assistere impotente. Sono i tempi duri dell’eclissi della ragione, nei quali si pensa che la rovina del “nemico” possa coincidere con la mia fortuna.

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