La favola della green economy come panacea di tutti i mali

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Da tempo gli “sviluppisti” e i fideisti del nostro modello capitalista hanno scoperto il nuovo idolo in grado di rinnovare e anzi migliorare il supporto che in questi anni ha dato loro manforte, lo sviluppo sostenibile.

La prima definizione di sviluppo sostenibile si ha nel “Rapporto Brundtland” del 1987 dove vi si afferma: “lo sviluppo è sostenibile se soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromottere le possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Non sappiamo quanto possa aver inciso negativamente il fatto che tale definizione non prendesse in considerazione una visione olistica delle interrelazioni vitali con la natura e non presupponendo un equilibrio con la natura/Madre Terra: quanto siamo lontani dal paradigma del Buen Vivir!

Ma sappiamo come è andata da allora: sia il concetto che la pratica dello sviluppo sostenibile hanno mantenuto le visioni mercantilistiche ed estrattive, basandosi sul consumo di fonti di energia fossili. Sullo sfondo di questa prospettiva c’è il consolidamento della rottura del rapporto fra la civilizzazione umana e la natura, propiziata dalla cultura occidentale capitalista, secondo la quale la terra è solamente una “risorsa” e un territorio da occupare e saccheggiare.

Anche lo sviluppo sostenibile ha favorito e consolidato il “capitalismo assoluto”, inteso come il capitalismo storico che è penetrato in ogni poro e in ogni profondità della vita umana associata.

Insomma non solo il concetto stesso nasceva senza porre una critica adeguata e necessaria al sistema capitalista e ai suoi rapporti di forza e di produzione, ma ha finito con il diventarne un “sostegno” ideologico. E senza scalfire, ci mancherebbe, i totem della crescita e della sovrapproduzione. Insomma nessuna abiura dello sviluppo come viene inteso tradizionalmente ed ideologicamente da quando si è formato il nostro immaginario economico. Che non può essere “sostenibile”: siamo di fronte ad un evidente ossimoro!

Adesso è il turno della green economy, una versione aggiornata dello sviluppo sostenibile, anche se non necessariamente sostitutiva di quella più “datata”, anche perchè i due concetti non solo possono convivere ma l’ultima si inserisce perfettamente nella prospettiva della prima.

I paesi potenti e i grandi “poteri” non hanno alcun interesse a modificare le cause strutturali del disastro climatico. Al contrario tutti sembrano ormai convinti, al Nord come al Sud, che la soluzione alla crisi mondiale passi per il rilancio della crescita, dell’economia di mercato, ma di colore verde (automobile verde, energia verde, abitazione verde…). Ma riconvertire l’industria serve a poco, se non si ferma la crescita che produce emergenze come quella dell’acqua e quella dei rifiuti.

Se ancora viene perseguita -ad ogni livello di potere e senza discontinuità- la logica di ottenere il sostegno delle imprese e della finanza, dando priorità alle innovazioni tecnologiche, ai meccanismi di mercato e agli strumenti finanziari favorevoli al mondo dell’impresa privata, è difficile pensare che eventuali proposte contrarie agli orientamenti e agli interessi del mondo degli affari abbiano qualche possibilità di essere prese in considerazione. Di fatto, i responsabili del nostro futuro continuano ad imporre (e a farsi imporre) le logiche economiche, soprattutto finanziarie, per risolvere il disastro ecologico.

Una volta di più i cosiddetti “grandi” e i loro supporter non solo sottovalutano la crisi ecologica e ignorano le vergognose iniquità che pure appartengono al mondo loro affidato, ma puntano a legittimare il dominio del capitalismo, il culto della ricchezza individuale, il primato del consumo. Consumo sempre energivoro, ma verde!

Insomma, quello che serve per “rinverdire” la fiducia in questo modello di sviluppo e di società senza discuterne le fondamenta. Un “correttivo” improntato su possibili alternative alla produzione di energia che certo rappresenta un bel problema ma non è l’unico.

Non si tratta solo di scegliere la bicicletta all’automobile, il biologico o la “filiera corta” ai prodotti della grande distribuzione, la verdura all’hamburger, il sole al nucleare, il riciclo all’usa e getta. Bensì di applicare un principio guida trasversale e sistemico ad ogni settore “merceologico” e prescrivere delle specifiche tecniche e modalità concretamete misurabili (con indicatori diversi e alternativi a quelli del PIL e simili): ad esempio la decrescita dei flussi di energia e delle materie prime impegnati nei cicli produttivi e di consumo.

Innescando un processo di de-globalizzazione e di decentralizzazione dell’economia, di ri-territorializzazione e di trasferimento dei poteri al basso ed investendo di potere e di responsabilità soggettività nuove: pensiamo a quel terzo dell’umanità che ancora cerca di coltivare la terra e resiste al “saccheggio” e alla perdita dei beni comuni; al terzo dell’umanità emarginata negli inferni delle bidonville, delle banlieue e delle favelas dalle quali vengono “recuperati” i moderni schiavi industriali per le nostre fabbriche; fino a quella parte rappresentata dall’ esercito crescente dei salariati svalorizzati, robotizzati, precarizzati del mondo occidentale.

Non contestiamo l’importanza e l’urgenza di ‘mettere al verde’ le nostre economie, tuttavia colorare di verde il sistema economico senza modificarne i principi e le modalità di funzionamento che sono all’origine della crisi, ha poco senso. Abbiamo davvero bisogno di altre centinaia di milioni di automobili e di camion, anche se verdi? Milioni di case “passive” non risolveranno niente per miliardi di persone povere, senz’acqua potabile né servizi sanitari, senza abitazione decente, senza accesso alla sanità e all’istruzione base.

Oggi ci confrontiamo con tanti “ambientalisti” che credono di poter arrestare il collasso degli ecosistemi affidandosi al “green business”, di fatto identificando il problema ambiente soltanto con il mutamento climatico; il quale certo, nell’impazzimento delle stagioni e nel moltiplicarsi di fenomeni meteorologici “estremi”, ne costituisce la conseguenza più grave, ma non può essere considerata la sola, col rischio di mancare l’intero obiettivo. La «vampirizzazione» dell’agenda-ambiente da parte della questione energetica costituisce un’evidente mistificazione delle priorità del mondo. Non è accettabile tacere tutto ciò e puntare solo sulla “green economy”, creando l’ottimistica attesa di un futuro libero da inquinamento e da scarsità energetica, con sicuro rilancio di produzione e consumi. Da questo punto di vista negoziare il futuro dell’umanità unicamente a partire dall’energia è una grave colpa storica!

Serve un progetto politico capace di realizzare una trasformazione sociale ed ecologica dell’economia, all’interno della quale ci stanno certamente le battaglie contro il nucleare, gli OGM, l’elettrosmog, i termovalorizzatori (o inceneritori che dir si voglia), i rigassificatori, la privatizzazione dell’acqua ecc e favorire e promuovere le energie rinnovabili e il consumo critico, la riduzione dei consumi, la raccolta differenziata, la difesa e il rilancio dei beni comuni ecc, ma ci deve essere spazio anche per il lavoro, la casa, la sanità, l’eguaglianza, la multiculturalità, la redistribuzione dei redditi e delle risorse ecc.

Facciamo l’ipotesi che le grandi multinazionali del petrolio, della chimica, dell’agricoltura riconvertano le loro produzioni in senso ambientale, così da avere grandi benefici sull’inquinamento, sull’effetto serra, sui cambiamenti climatici ecc. Però rimarrebbero salde le logiche del profitto, le differenze e le ingiustizie sociali, lo sfruttamento dei popoli (specie quelli dei sud del mondo) le guerra e altro. Insomma tutte le contraddizioni ed ingiustizie che caratterizzano il capitalismo e il neoliberismo dominante.

Potremmo essere soddisfatti di un ambiente perfettamente salvaguardato in un mondo socialmente ingiusto? Crediamo e vogliamo proprio sperare di no!

Ecco perchè troviamo fisiologico avere come base e principale criterio la necessità di un cambiamento radicale della nostra società e degli equilibri esistenti, all’interno di una visione radicale ed ecologica – sociale del mondo.

Sulla scia dell’onda positiva dell’ascesa di Obama negli Stati Uniti che ha fatto appunto della green economy un bel trampolino di lancio, da anni ormai anche in Italia essa viene usata come la panacea di tutti i mali.

Prendiamo le nostre realtà territoriali più vicine: dal Comune di Livorno alla Regione Toscana non manca documento o appello che non faccia riferimento alla green economy. Dal programma di mandato del sindaco Cosimi a quello del governatore Rossi, dalla bozza del piano strutturale e dal Piano Comunale di Sviluppo 2011-2014 del Comune di Livorno al Programma Regionale di Sviluppo 2011-2015 della Regione Toscana: tutti concordi e quindi allineati sulle strategie e le scelte da intraprendere. Il futuro di Livorno passa anche da qui: consolidare la nostra città come attore strategico del “Polo energetico della Toscana” e quindi ecco serviti sul tavolo i progetti del rigassificatore off shore, le centrali a biomasse (non a filiera corta), le discariche, gli inceneritori (o termovalorizzatori che dir si voglia). E tutto questo si inserisce in un contesto come quello della provincia livornese già pesantemente colpita dalla presenza di centrali e impianti inquinanti che contribuiscono a renderla la seconda provincia più inquinata d’ Italia per emissioni industriali.

Appunto, viva la Green Economy!

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Stefano Romboli
Nato il 09 - 02 - 1971 a Livorno. Dal 2003 operatore socio-culturale presso l'Associazione don Nesi/Corea. Dal 2008 al 2010 impegno con i Verdi di Livorno (ho svolto per un anno il ruolo di portavoce) e dal 2010 al 2011 referente dei Cittadini Ecologisti. Co-fondatore dell'APPL (Assemblea Permanente per la Partecipazione a Livorno) e della Libera Università Popolare "Alfredo Bicchierini" (dove sono vice-presidente). Da sempre pratico stili di vita alternativi, all'insegna della sobrietà. Promuovo corsi e seminari relativi anche alla decrescita attraverso le attività della Libera Università Popolare.

10 Commenti

  1. Giustissimo. Ho sempre pensato che giustizia sociale e “giustizia ambientale” (permettetemi di chiamarla così) siano inscindibili e imprescindibili. Del resto sono proprio i pilastri del cosiddetto Ecosocialismo, pensiero politico ahimè non molto noto in Italia con cui ho cercato di infondere tutto il programma della mia lista civica, TriesteGiovane, che si presenta come movimento autonomo alle prossime elezioni amministrative del 15 maggio a Trieste. Fra le varie proposte c’è la seguente:

    Moneta complementare libera da interesse
    Sull’esempio di vari Comuni italiani fra cui Tarvisio e Pontebba proponiamo l’adesione all’iniziativa dell’associazione ArcipelagoSCEC. Si tratta dell’introduzione di una moneta complementare libera da interesse che prende il nome di SCEC (Solidarietà ChE Cammina). Una sorta di “buono sconto” da affiancare all’utilizzo dell’Euro come forma di risposta alla crisi economica e per il sostegno dell’economia locale. Il fatto che questa forma di moneta non maturi interessi ne disincentiva l’accumulazione, accelerandone la circolazione in un ambito prevalentemente locale. Oltre a favorire la fiducia reciproca e la creazione di un maggior senso di comunità, essa contrasta la speculazione e favorisce un’economia più legata al territorio, aiutando soprattutto le famiglie e le piccole imprese.
    Il Comune potrà avere un ruolo fondamentale nel sostegno all’iniziativa accettando il pagamento in SCEC di alcune imposte e tasse comunali, dopo aver siglato degli accordi di mutua accettazione degli stessi con altri soggetti. Questo incoraggerebbe anche i privati ad accettare di ricevere una parte dello stipendio in SCEC e innescando in tal modo un circolo virtuoso.

    Che ne pensate?

  2. Lo scec rischia di risultare alla fine un clone della moneta complementare, in quanto si pone come mediatore del valore di scambio a cui gioco forza deve rimandare ad una tabella comparativa di prestazioni.
    Sarei più interessato alla moneta sociale coniugata alla banca del tempo: nella banca del tempo tutti i lavori hanno lo stesso valore. Nella banca del tempo non deve esistere la divisione tra lavoro intelletuale e lavoro manuale, entrambi devono avere lo stesso valore orario in quanto si sviluppano nel terreno della solidarietà sociale senza scopo di ricerca di profitto
    La moneta sociale serve alla banca del tempo per permettere uno scambio paritetico non sincronico e consente la mobilità e il trasferimento del valore della prestazione, in modo ad esempio di poter scambiare o aquistare merci o pretazioni o servizi con tempi e ln luoghi diversi. Si potrebbe ipotizzare anche un conto del tempo o assegni del tempo con relativi conti correnti del tempo. La banca con i suoi data base non farebbe altro che monitorare i movimenti e permettere la comunicazione tra i soci sulla sola base del valore lavoro.
    La riapropriazione del valore lavoro epurato dalla logica del profitto sarebbe il più alto atto di accusa nella pratica del attuale sistema neo-liberale su cui attualmente si basa la nostra vita.
    Inoltre la presenza di una banca del tempo e della moneta sociale eviterebbe la possibilità di formare elite di controllo o gruppi organizzati che potrebbero strumentalizzare a fini politici questa idea.
    Per queste ragioni credo che scec e moneta sociale siano difficilmente integrabili in quanto maturano le loro identità su idee di società diverse.
    Naturalemte queste sono mie convizioni personali che non vogliono impedire contatti o confronti con altre realtà

  3. Analisi impeccabile! Non dimenticherei le enormi risorse che vengono purtroppo impiegate nel mondo per armamenti e forze armate.

  4. Condivido lo spirito olistico con cui l’analisi è sviluppata…interessanti anche i commenti degli amici Lorenzo e Stefano sugli SCEC; è fondamentale partire dai consumi, nell’accezione più ampia, quale elemento discriminante e fondante per l’affermazione di un REALE modello di trasformazione.Complimenti per il contributo

  5. articolo molto interessante, ma come spesso succede nei nostri discorsi c’è poco di pratico. proprio per quest ho trovatomolto belloil commento di triste giovani che prpone una soluzione pratica. anche io però ho qualche riserva sugli scec in particolare la distribuzione a fondo perso e ciclica mi convince poco perchè crea molti parassiti del sistema e non incentiva molto chi da servizi. se si vogliono distribuire dei buoni sconto nuovi in un mercat già attivo, secondo me lo si deve fare dandoli a chi fa serivi sociali di volntariato

  6. Questo articolo vuole portare un contributo alla riflessione sulla green economy, troppo spesso usata come “quadratura del cerchio”. Non era certo obiettivo di questo articolo portare contributi concreti che comunque, modestamente, da tempo sto portando avanti e divulgando. Le soluzioni alternative esistono e sono alla nostra portata, è solo un problema di volontà politica e di condizioni. Mi riservo di scrivere prima possibile un contributo indirizzato a prospettive di “utopie concrete”. Grazie dell’attenzione a tutti.

  7. Anche io condivido l’impianto concettuale. Ho solo un dubbio strategico che la critica alla green economy non aiuti il primo passo verso la sostenibilità. Quando e se si abbandonerà la carbon economy, alcuni paradigmi dei processi produttivi saranno finalmente scardinati. L’esca economica serve a stanare il mostro. Una volta che l’energia diverrà più democratica ci si potrà concentrare sulla materia. Con ció non voglio dire che bisogna rinunciare al cambiamento culturale. E’ un processo lento e necessariamente dal basso. Gutta cavat lapidem 🙂

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