Sosteniamo Terre di frontiera

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Solitamente, per rendere il dovuto merito a un buon giornalista d’inchiesta, lo si definisce ‘scomodo’. Pietro Dommarco – vincitore nel 2015 del Premio internazionale all’impegno sociale Livatino-Saetta-Costa e Reporter pe la Terra nel 2016 – nella sua pluriennale attività di reporter interessato alle questioni ambientali è stato sistematicamente ‘scomodo’: con le grandi aziende inquinatrici, con le istituzioni negligenti e/o conniventi e, cosa che forse più di tutte gli è costata un certo ostracismo, anche con parte dell’associazionismo a causa dei suoi machiavellismi di bottega e puttaneggiamenti vari. Nel 2016 ha fondato Terre di frontiera, periodico indipendente pensato anche con il preciso intento di dare visibilità ai tanti comitati di cittadini impegnati nella difesa dei territori dalla devastazione ecologica e sociale.

Il 10 giugno, nell’editorale intitolato emblematicamente Ultima chiamata, Dommarco ha messo a nudo tutte le criticità del pur ottimo progetto e ammesso la necessità di una collaborazione fattiva da parte di chi fruisce e apprezza i contenuti della sua testata, non solo per quanto concerne il sostegno economico. Lo riportiamo qui nella sua integrità:

Questo doveva essere un editoriale di ringraziamenti e soprattutto di congedi. Perché la nostra esperienza editoriale ha rischiato di interrompersi definitivamente.
Nelle ultime settimane, invece, questo editoriale si è trasformato in un invito a non disperdere il lavoro che Terre di frontiera ha svolto negli ultimi tre anni. Un invito che non è arrivato da me, ma da qualche amico. Pertanto non siamo di fronte ad un manifesto da cui ripartire. Non è altresì uno strumento di difesa del diritto di libera informazione (le battaglie radical chic le lascio volentieri ai colleghi in cattedra) o la richiesta di sostegno. È forse la consapevolezza di poter ancora fare qualcosa. Con tutti i nostri limiti, la nostra inesperienza, il nostro essere tanto piccoli quanto a termine. Ma tutto questo senza compromessi, né con gli altri né con noi stessi.
Terre di frontiera è nato ed è destinato ad alimentarsi e prendere forma lontano dai condizionamenti politici che rendono le notizie pubblicabili o non pubblicabili. Come per le inchieste – quelle che ai giornalisti mainstream piace ancora chiamare così – che rispondono sempre di più alle regole della notorietà e non alla deontologia professionale.
Collaborare per Terre di frontiera significa quindi sposare un’idea. Che è diversa dall’idea che circola nelle redazioni blasonate. È una sfida che anche i lettori dovrebbero raccogliere. Una sfida che in questi tre anni non siamo sempre riusciti a cogliere, andando oltre un’idea collettiva, oltre la condivisione, la crescita e la costruzione di un laboratorio permanente. In alcuni frangenti ha preso piede invece l’opportunismo.
Ho sempre pensato, stupidamente, che Terre di frontiera potesse vivere senza di me. È quello che avrei voluto e che vorrei per il futuro.
Oggi ricominciare daccapo significa essere folli. E lo siamo abbastanza, tanto da spingerci ad investire ancora (in primis tempo ed energie) in un settore palesemente in crisi che propone manovalanza sottopagata e sfruttata, la chimera del contratto giornalistico (che tutti noi abbiamo desiderato) e la rincorsa a presidiare solo i grandi temi, sempre nel momento più opportuno, che restituiranno visibilità per soli quindici minuti.
Ora abbiamo di fronte un piano editoriale da sviluppare. Forse l’ultimo. Questo dipenderà da noi e da chi vorrà darci una mano facendo suo il nostro invito. Molto dipenderà anche da quei comitati e da quelle associazioni che vedranno in Terre di frontiera un loro spazio. È l’ultima chiamata. È l’ultima opportunità. Almeno per me.

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