La scienza buona, brutta e cattiva

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Ho letto con molto interesse l’articolo di Fabio Vomiero Sulla democraticità o meno della scienza, pubblicato su Effetto Cassandra il 22 dicembre scorso. Pur presentando argomentazioni sicuramente condivisibili, ho però la netta impressione che non affronti in maniera adeguata il vero problema del rapporto tra scienza e opinione pubblica.

In estrema sintesi, ogniqualvolta divulgatori come Piero Angela o Roberto Burioni utilizzano espressioni del tipo ‘La velocità della luce non si decide per alzata di mano’ o ‘La scienza non può essere democratica’, secondo Vomiero “vogliono semplicemente riferirsi al fatto di come, in una società evidentemente ancora poco alfabetizzata dal punto di vista scientifico, manchino troppo spesso sia un’adeguata comprensione del sistema scienza nel suo complesso e sia, di conseguenza, il dovuto rispetto verso certi “valori” che la scienza e il metodo scientifico invece praticano, promuovono e insegnano. Valori come quelli dell’evidenza scientifica, della prova, dell’esperimento, della fonte autorevole, del ragionamento logico e inferenziale, della verifica, della competenza, dello studio approfondito, della ricerca specialistica, della produzione di una conoscenza cumulativa e condivisa, per esempio…

Pertanto, questa apparentemente severa prospettiva che a qualcuno potrà anche sembrare vagamente scientista, in realtà non vuole assolutamente stigmatizzare a priori il dissenso o la discussione, ma soltanto chiarire come, al di là di un concetto abbastanza elusivo come quello di democrazia, le opinioni abbiano invece sempre un loro peso specifico e di conseguenza il grado di fiducia che concediamo a una persona o a un gruppo di persone dovrebbe sempre essere pesato sulle reali competenze che quella persona o quel gruppo hanno relativamente alla materia o agli argomenti in questione”.

Che in Italia esista una sorta di pregiudizio umanistico antiscientifico è fuori discussione, tuttavia dubito che certi fenomeni si debbano attribuire principalmente a una scarsa alfabetizzazione scientifica. L’idea che gli attuali sostenitori dell’antivaccinismo o delle scie chimiche siano stati un tempo “studenti dell’ultimo banco che non stavano attenti in classe e copiavano dai compagni”, come piace pensare a tanti, è molto suggestiva sul piano comunicativo, ma non credo rifletta la realtà.

Nella mia attività di insegnante nelle scuole superiori raramente mi è capitato di rapportarmi con studenti sostenitori di visioni particolarmente complottiste, neppure negli istituti professionali ritenuti meno qualificati.  Invece, nella vita di tutti i giorni mi imbatto sovente in persone di media cultura che amano giocare a Pasolini (“so ma non ho le prove”), non hanno particolari carenze nell’istruzione scolastica (spesso sono persino laureate) e disporrebbero di tutti i mezzi intellettuali per comprendere i fondamenti basilari della scienza, di cui frequentemente si avvalgono in maniera strumentale nelle loro dispute dialettiche (senza salde nozioni di fisica, ad esempio, faticherete non poco a controbattere alle farneticazioni di un terrapiattista!). Fatto ancora più importante, non avversano la scienza in sé, bensì dimostrano scarsa fiducia verso gli scienziati e il mondo della ricerca. Cosa significativa, così come sono soliti sostenere argomentazioni sconclusionate su tanti fatti e fenomeni, sono però molto precisi nell’indicare eventuali conflitti di interesse in cui sono coinvolti dei ricercatori, oltre a segnalare frodi scientifiche e a descrivere con dovizia di particolari le zone grigie esistenti nei rapporti tra Accademia e business privato.

Quaranta-cinquanta anni fa la scuola non era certo più progredita di oggi  (è vero il contrario), eppure gli scienziati godevano di grande considerazione e i fenomeni ‘irrazionali’ di oggi non riscuotevano alcun consenso di massa. Pertanto, un ruolo centrale è giocato dalla perdita di prestigio del mondo della ricerca e di tutto ciò che gli ruota attorno. Non è un caso che, in Italia, a partire dal metodo anticancro a base di somatostatina del Dottor Di Bella in poi, le medicine più o meno ‘alternative’ abbiano preso piede dopo i gravi scandali che hanno coinvolto sanità, case farmaceutiche e organi di controllo.

Si rafforzi quindi  l’insegnamento delle discipline scientifiche, perché ce n’è sicuramente bisogno, specialmente in un paese dove abbiamo avuto presidenti del CNR contrari alle teorie evoluzionistiche, solo per dirne una; tuttavia, se scienziati e divulgatori non si assumeranno l’onere di denunciare alcune evidenti storture del loro settore, difficilmente si riuscirà a ricreare il necessario clima di fiducia presso l’opinione pubblica. Se, come sembra pensare Burioni, si tratta solo di rivendicare la superiorità del peggior scienziato sul ‘migliore’ ciarlatano, non si va molto lontano. E meno che mai facendo confusione e/o tenendo atteggiamenti incoerenti.

Dopo la produzione a tempo di record dei vaccini anticovid, ‘credere nella scienza’ è diventato un motto alla moda. A parte l’incongruenza di assumere un atteggiamento di fideismo religioso nei confronti di quella che dovrebbe essere l’attività umana razionale per eccellenza, non avrei nulla da obiettare a una simile presa di posizione, se intesa nell’accezione di Vomiero per cui le questioni scientifiche vanno dibattute tramite le prassi della scienza e non con altri espedienti. Tuttavia, mi pare evidente che dietro tale slogan si stia celando un pericoloso ideologismo.

La ‘scienza’ a cui a tutti piace ‘credere’, infatti, è immacabilmente quella ‘positiva’ che ci toglie le castagne dal fuoco illudendoci di mettere a posto i cocci del vaso rotto senza colpo ferire. In questo senso, ‘credere’ nella ricerca medica che ha partorito il vaccino che ci permetterà di tornare alla fatidica ‘vita di prima’ è molto semplice. Altrettanto facile è ‘credere’ in qualsiasi branca del sapere in grado di partorire tecnologie capaci di aumentare il benessere materiale. Per tale scienza, oserei dire, non solo è facile ‘credere’, ma persino ‘obbedire’ e ‘combattere’.

Purtroppo, non tutta la scienza si dimostra tanto generosa. Le discipline che studiano la biosfera, ad esempio, raramente sono prodighe di doni all’umanità ma, nella maggior parte dei casi, si rivelano anzi della Cassandre che decretano limiti, impongono rinunce e precludono possibilità. Ciò nonostante, se davvero ‘credi nella scienza’, lo farai sempre e comunque, quando ti dice bene e quando ti dice male, giusto?

Non proprio. Nella stragrande maggioranza dei casi, il sostegno dichiarato alla scienza è in realtà una forma camuffata di venerazione del progresso tecnologico. Se non fosse così, ad esempio, non si capirebbe perché tanti autodichiarati paladini della scienza tengono in grande considerazione figure quali l’ex membro di Greenpeace Patrick Moore, malgrado il suo best seller L’ecologista ragionevole sia un perfetto compendio di bias, cherry picking, mancanza di rigore e tutto il peggior armamentario dell’antiscienza (qui per chi fosse interessato a un’analisi dettagliata: mi limito a citare un paio di chicche, come equiparare lo sfruttamento delle sabbie bituminose a un’opera di bonifica o ipotizzare le concentrazioni ideali di CO2 per atmosfera e oceani consultando siti Web di negozi di serre e acquari).

Il vero merito di gente come Moore è perorare la causa di OGM e nucleare, il cui sostegno fa di te automaticamente un fan della scienza mentre avversarle ti rende un retrogrado antiscientifico, a prescindere dalle evidenze che porti. Altrettanto emblematicamente, non perdi di credibilità e addirittura ti si aprono le porte dei maggiori quotidiani se denigri a casaccio l’agricoltura biologica per difendere quella industriale (Elena Cattaneo docet) o fai disinformazione sulle energie rinnovabili (vedi la rubrica Econopoly di Enrico Mariutti su Il Sole 24 Ore) al fine di preservare il business as usual.

Tutta la questione diventa più chiara se mettiamo a confronto il modo in cui vengono trattati a livelli mediatico due diversi fenomeni antiscientifici, l’antivaccinismo e la negazione dell’influenza antropica sul global warming. Due problematiche alquanto differenti, accomunate però da un aspetto: nelle rispettive comunità di studiosi specialisti, il consenso sull’efficacia dei vaccini e sull’attività umana come principale driver dei cambiamenti climatici sfiora il 100%.

Non occorre menzionare il discredito in cui cade qualunque scienziato o medico che osi anche solo vagamente assumere posizioni no-vax (pensiamo all’accanimento contro il povero Crisanti, reo semplicemente di avere chiesto maggiore trasparenza sui trials prima di farsi somministrare i primi vaccini contro il Covid disponibili). A parte i ‘cospirazionisti’, nessuno prende in seria considerazione teorie bislacche ostili al parere del Gotha dell’epidemiologia, anche se provengono da premi Nobel (caduti in disgrazione) come Luc Montagnier.

Malgrado ciò, Paolo Mieli non paventa mai una discussione “imbarbarita da una certa dose di fanatismo“. Il Corriere della Sera non si sente in dovere di proporre ai lettori un contraddittorio tra un’opinione favorevole alle vaccinazioni e una contraria. Così come Chicco Testa, altro grande campione dichiarato della scienza, non si sognerebbe mai di difendere il diritto di espressione dei no-vax con dichiarazioni di questo tenore “È francamente inaccettabile la vera e propria opera di criminalizzazione operata nei confronti degli scienziati dissidenti, definiti spregiativamente con il termine ‘negazionisti'”.

Ma se c’è di mezzo il global warming, succede questo e altro (per capire a che cosa mi riferivo prima, consultare qui, qui e qui). I premi Nobel possono sparare castronerie (vedi Carlo Rubbia e Freeman Dyson) senza rischiare di venire ostracizzati e perdere prestigio, ma solo di essere elevati ad autorità in un campo di cui sanno poco o niente. Antonino Zichichi può addirittura indire una ‘petizione contro le ecobufale’ riecheggiante le peggiori mistificazioni sul clima senza che nessuno si sogni processi di radiazione (neppure se inserisce tra i firmatari studiosi a loro insaputa!). In un contesto simile c’è da stupirsi che il Partito Democratico inviti a ‘credere alla scienza’ esortando alla vaccinazione anti-Covid ma dimostri poi molta meno fede proponendo una politica di decarbonizzazione che strizza l’occhio a big delle fossili come l’ENI?

In fondo c’è poco da indignarsi, è abbastanza normale che sia così. Uno sconosciuto commentatore del blog di Bardi ha perfettamente centrato il nocciolo della questione:

Va bene sostenere appassionatamente la scienza che elargisce celermente ‘miracoli’, ma perché provare lo stesso fervore per quella che, al massimo delle sue possibilità, ti chiarisce solo quanto sei più o meno fottuto e sembra quasi godere nel tarpare le ali a sogni e aspirazioni?

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Nasco a Milano il 7 febbraio 1978. Sono un docente precario di italiano e storia nella scuola superiore, interessato ai temi della sostenibilità ambientale e sociale. Ho espresso le mie idee sulla decrescita e i cambiamenti sociali necessari in Svolta Radicale. Alla ricerca di una via di uscita (http://www.decrescita.com/news/?page_id=42&did=26), Democrazia Radicale. La decrescita come contropotere sociale (http://www.decrescita.com/news/download/?did=32), Io e la decrescita. I miei primi due anni di DFSN (http://www.decrescita.com/news/download/?did=39), Insostenibile. Le ragioni profonde della decrescita (http://www.decrescita.com/news/download/?did=50) http://igorgiussani.blogspot.it/

21 Commenti

  1. Igor complimenti, ottimo articolo. Ti chiedo solo un chiarimento lessicale riguardo alla chiusura. Tu hai scritto “Va bene sostenere appassionatamente la scienza che elargisce celermente ‘miracoli’, ma perché provare lo stesso fervore per quella che, al massimo delle sue possibilità, ti chiarisce solo quanto sei più o meno fottuto e sembra quasi godere nel tarpare le ali a sogni e aspirazioni?” C’è qualcosa che non mi torna, in questa forma mi sembra incoerente con tutto quello che precede…

  2. A parte la lunga critica del libro di Moore, non ho capito bene quello che vuole dire. Nemmeno l’ironia finale! Intuisco solo una diffidenza nella scienza tipica dell’ambientalismo “romantico” (nel suo significato originario di negazione della ragione illuminista e favorevole al soggettivismo) che rimprovera alla scienza di non adeguarsi ai propri desideri. Einstein, non certo un pirla sull’argomento, sosteneva che “ La scienza può essere solo ciò che è, non ciò che potrebbe essere”. In pratica l’ambientalismo (a stragrande maggioranza di ispirazione “romantica”) tende a valutare la realtà attraverso la lente deformante dell’etica: tende cioè a vedere il mondo come vorrebbe che fosse. Gli ambientalisti “scienziati” (in netta minoranza) invece studiano ed agiscono su un piano prettamente ontologico: vedere il mondo per “come è”. Questo più in teoria che nella pratica, perché tutti, compresi gli scienziati, hanno le loro manie, debolezze e pregiudizi. La maggior parte delle polemiche tra “pubblico” (noi semplici fruitori della scienza che esprimiamo il nostro parere attraverso i politici) e scienziati, si accende quando ciascuna delle due parti invade le competenze dell’altra. I politici dovrebbero limitarsi ad indicare solo le priorità ed i fini della scienza come ad esempio rendere o meno obbligatori certi vaccini oppure privilegiare una fonte energetica o un metodo agricolo piuttosto che un altro. Gli scienziati dovrebbero invece limitarsi a seguire (e controllare che altri colleghi facciano lo stesso) il metodo scientifico. Purtroppo i politici ed i loro elettori, per la permanenza del pensiero mitologico-infantile e per la scarsa comprensione del metodo scientifico, spesso pretendono di dire la loro anche nell’ambito dei metodi e modi: vedi definizione degli OGM. Dall’altra parte, gli scienziati, confidando troppo sulla razionalità, si illudono che anche gli altri, di fronte a numeri certi e dati verificati, ne sappiano tirare le giuste conclusioni. E a loro volta entrano, spesso sbagliando, nell’ambito delle finalità e applicazione della scienza. Altra tipica ingenuità degli scienziati è pensare che sia immorale fare appello alle emozioni. Più si arrabbiano di fronte a certi pregiudizi e sotterfugi e più vengono considerati arroganti. Il massimo delle incomprensioni e delle reciproche incazzature, si raggiunge quando lo scienziato, essendo anche un cittadino, (il contrario, invece non può verificarsi!) cerca di essere un divulgatore. Prendo l’esempio di Bressanini, a mio modesto giudizio ottimo divulgatore e da lei più volte preso a bersaglio. Invece di contestargli punto per punto eventuali errori “nella sostanza” , se la prende solo per la forma e cioè per il suo successo editoriale. Se però si confronta il numero complessivo di lettori dei suoi libri e quello dei telespettatori che da decenni, ogni giorno, subiscono ( e purtroppo finiscono con il credere) la disinformazione di massa sui benefici del Bio, la demonizzazione delle PGM et similia, non è difficile accorgersi che il rapporto è circa uno a cento o superiore. Da che parte starebbe dunque il Pensiero Unico?
    Rimanendo sempre nell’ambito della critica alla scienza, un argomento interessante (nell’articolo l’ha solo sfiorato) è capire perché persone considerate istruite accettano la scienza solo per alcuni aspetti e non altri. Persone che vivono immerse nella scienza, magari sono vive grazie a questa, hanno come dei buchi neri da cui sembrano non riuscire a sottrarsi. L’esempio più evidente di questo paradosso lo vedo in Alto Adige (dove ho molti amici: mia moglie è di quelle parti) e dove soprattutto tra la comunità tedesca (mediamente molto più ricca ed “istruita”) rispetto a quella italiana, si riscontra la più bassa percentuale di vaccinati e la più alta di consumatori di “rimedi” omeopatici. Io un’idea dei motivi me la sono fatta, ma mi piacerebbe avere un suo parere.

    • “Nemmeno l’ironia finale! Intuisco solo una diffidenza nella scienza tipica dell’ambientalismo “romantico” (nel suo significato originario di negazione della ragione illuminista e favorevole al soggettivismo)”

      Non ha capito nulla, ma stupido io che dopo 10 anni di attività sul Web penso ancora di poter fare dell’ironia.

      ” Prendo l’esempio di Bressanini, a mio modesto giudizio ottimo divulgatore e da lei più volte preso a bersaglio”

      Dove, come e quando. Ci sono dei miei pezzi che hanno da ridire su Burioni, ma non su Bressanini. Nei nostri scambi mi sono limitato a sperare che un Bressanini, solo per il fatto che lei è favorevole agli OGM, non comprovi il suo personalissimo metodo scientifico (basato tutto sull’esperienza personale e quello che le dicono amici, cognati ecc)
      che normalmente definisce ‘analfabetismo funzionale’ a ogni pié sospinto.

      “Invece di contestargli punto per punto eventuali errori “nella sostanza” , se la prende solo per la forma e cioè per il suo successo editoriale.”

      Dove, come e quando avrei rosicato per il successo di Bressanini. Quanto al rispondere nella sostanza…. 😀

      “Da che parte starebbe dunque il Pensiero Unico?”

      Pensare di essere contro il ‘pensiero unico’ è una cosa che fa sentire fighi. Persino terrapiattisti e sostenitori delle scie chimiche si vantano di essere contro il ‘pensiero unico’, ma anche neonazisti e altra gentaglia simile. Sentirsi solo contro tutti, questa sì che è un’idea romantica. E’ un’espressione che non significa nulla.

      “Rimanendo sempre nell’ambito della critica alla scienza, un argomento interessante (nell’articolo l’ha solo sfiorato) è capire perché persone considerate istruite accettano la scienza solo per alcuni aspetti e non altri.”

      Io non ho criticato la scienza in questo pezzo, solo i suoi dichiarati ‘credenti’ che in certe circostanze dimostrano comportamenti alquanto strabici. Le ragioni mi sembrano ovvie 1) opportunismo 2) wishful thinking, la scienza è buona solo quando porta buone notizie. E per questo ci sono tanti ‘paladini della scienza’ che rigettano l’ecologia e la scienza della sostenibilità perché di solito ti porta solo limiti e brutte notizie. Pensavo che l’ironia finale al riguardo fosse palese, ma tant’è.

  3. Nel botta e risposta tra Francesco e Igor sfugge qualcosa. Sembra che sia uno scambio tra “nemici” di vecchia data, purtroppo chi legge è all’oscuro dell’antefatto.
    Quello che emerge chiaramente è il giudizio negativo di Francesco per quello che lui definisce la “critica romantica” alla scienza e il soggettivismo che sarebbe tipico, ad esempio, dell’ambientalismo a discapito del rigore scientifico. Direi che è fuori di dubbio che Francesco è un fautore della Scienza con la S maiuscola, quella che elargisce dati e verità inconfutabili. La qual cosa ci potrebbe anche stare se questa fede si limitasse a determinate discipline, ad esempio fisica, chimica, astronomia, ecc. Purtroppo però la Scienza non è una categoria unica ed esistono discipline per le quali la qualifica di scienza esatta non funziona. Ad esempio la Medicina e l’Economia. Questi distinguo rappresentano una premessa fondamentale per affrontare correttamente, sul piano filosofico, un giudizio sul primato della scienza. Aggiungo infine che, a mio modestissimo parere, una comprensibilissima sensibilità ideologica soggettiva finisce per incanalare la ricerca scientifica anche nelle discipline dove c’è poco spazio per la discrezionalità e l’interpretazione. Non ne parliamo poi per le altre.

  4. Danilo: tutte le discipline scientifiche devono usare gli stessi metodi. Quello che cambia semmai è il contesto in cui operano. A differenza delle Discipline Dure (matematica, fisica, ecc) discipline come la Medicina, Biologia, Meteorologia ed altre, hanno molte più variabili, spesso imponderabili. Quello che critico semmai è l’interpretazione dei dati, soprattutto di quelli statistici. Faccio tre esempi pratici. Igor, nel precedente articolo ha basato un suo giudizio sull’inefficacia delle PGM, citando dei dati che confrontavano la QUANTITA’ (peso) di fitofarmaci in due periodi a circa 30 anni di distanza. Le differenza tra l’altro era di solo il 10% circa. Ho contestato che i fitofarmaci non si giudicano a peso, ma semmai si considerano le diverse qualità: tossicità, tempo di degrado, ecc. Un conto è usare un fitofarmaco di prima classe altamente tossico ed un conto è usarne uno di terza classe ad effetto molto più blando. Sommarli non ha alcun senso. Recentemente ho letto un vecchio articolo che accusava i frutticoltori dell’Emilia Romagna di usare più fitofarmaci della Germania, senza considerare però che all’epoca l’E.R produceva quasi il triplo di frutta dell’intera Germania. I confronti vanno fatti semmai per ettaro coltivato o per kg di frutta prodotta. Durante le presentazioni del mio libro ho sentito spesso confronti del genere. Per esempio ricordo una ragazza, che leggendo i dati di un rapporto ISPRA sui fitofarmaci segnalava come in Piemonte ed in Lombardia fossero stati trovati un numero triplo o quadruplo (ora non ricordo) di siti con residui di fitofarmaci, rispetto alla Calabria e Sicilia o Puglia (non ricordo). Omettendo però che qui era stato fatto meno di un decimo di rilevamenti. Chi legge e prende per buoni questi dati “scientifici”, è ovvio che alla fine si fa delle convinzioni sbagliate. E’ per questo che, invece di inondare questo blog con link che mi danno ragione, cerco di usare la strada del ragionamento con esempi terra terra. Per capirli però bisogna togliersi i paraocchi dell’etica e dell’ideologia.

    • “Faccio tre esempi pratici. Igor, nel precedente articolo ha basato un suo giudizio sull’inefficacia delle PGM, citando dei dati che confrontavano la QUANTITA’ (peso) di fitofarmaci in due periodi a circa 30 anni di distanza.”

      Non ho voglia di ripetere cose che ho ripetuto nei 30 e passa commenti all’altro post, se non per specificare ancora che l’ottica della sostenibilità è diversa da quella del contenimento del danno. Se il consumo di input aumenta, addirittura più della produttività, siamo ben lontani dalla sostenibilità, anche se abbiamo ridotto il grado complessivo di tossicità.

      ” E’ per questo che, invece di inondare questo blog con link che mi danno ragione, cerco di usare la strada del ragionamento con esempi terra terra. Per capirli però bisogna togliersi i paraocchi dell’etica e dell’ideologia.”

      I ragionamenti terra-terra vanno bene per le questioni terra-terra. Se si parla di consumi energetici dell’agricoltura, ad esempio, e nella visione terra-terra si pensa che riguardino solo il gasolio del trattore ignorando tutti i consumi indiretti (produzione fertilizzanti, ecc) si fanno solo ragionamenti fuorvianti. Quanto a levarsi il paraocchi giro a mia volta l’invito.

  5. Ancora una volta o fa finta di non capire o ribalta la frittata. Quando mai avrei parlato solo di carburanti? Ne ho fatto riferimento solo a proposito di chi vuole dimostrare che l’agricoltura Bio consuma meno input riferendosi solo a certe operazioni, (per esempio il diserbo), ma non calcola che per ottenere lo stesso risultato (estirpare le erbacce meccanicamente), o per coltivare, irrigare, raccogliere il prodotto sul doppio di terreno, usa da due a tre volte più carburante. Lo stesso per quanto riguarda il mantenimento della fertilità dei suoli: o si usano i fertilizzanti organici ( che si possono ottenere solo con una zootecnia intensiva: ha mai visto qualche allevatore inseguire le vacche o pecore al pascolo per raccogliere il letame sparso ovunque) oppure i concimi chimici. Nel primo caso, non solo si consuma molta meno energia, ma si migliora anche la qualità del suolo. Almeno su questo si informi meglio. Anche riguardo all’argomento del contenimento del danno, dimostra di avere le idee confuse per conoscenza solo indiretta (su Internet o carta). Dato che la popolazione mondiale cresce e in qualche modo bisogna dare da mangiare a tutti, per contenere il danno sull’ecosistema, è meglio ampliare le superfici coltivate in modo estensivo, oppure ridurle coltivando in modo più intensivo e permettendo così un ampliamento (o almeno un mantenimento, che è già molto con popolazione crescente) delle superfici “naturali”. Cosa che è avvenuta in Europa e Giappone, dove tra l’altro, la popolazione sta anche diminuendo, grazie anche a questa trasformazione agricola. Lei mi obietterà che questo è avvenuto solo grazie ad un maggiore consumo energetico (diretto ed indiretto) di combustibili fossili (concimi, gasolio, e altro). Il calcolo però non va fatto, ad minchiam, ma solo su quantità (ed anche qualità) di prodotto ottenuto. In gran parte è vero, ma solo nella prima fase. Da una ventina di anni ed anche più in certi paesi, sta avvenendo il contrario. La controprova è data dal fatto che se ci fossero dei veri vantaggi (le energie dirette ed indirette costano uguale e da decenni ci sono leggi stringenti in senso ambientalista) sempre più persone si metterebbero a produrre in un certo modo. Invece lo fanno in pochi e quei pochi lo fanno più per i sostanziosi contributi che per altro. Inoltre si dedicano solo ai soliti prodotti “facili” e non all’intera gamma di staple food, oppure approfittano della solita agricoltura tradizionale, come il Bio italiano che utilizza per più del 90% di fertilizzante tradizionale. Vediamo se mi contesta anche su questo.

    • “Ne ho fatto riferimento solo a proposito di chi vuole dimostrare che l’agricoltura Bio consuma meno input riferendosi solo a certe operazioni, (per esempio il diserbo), ma non calcola che per ottenere lo stesso risultato (estirpare le erbacce meccanicamente), o per coltivare, irrigare, raccogliere il prodotto sul doppio di terreno, usa da due a tre volte più carburante.”

      Consultate la letteratura scientifica e scoprite come stanno le cose, non sono questioni da ragionamenti terra-terra. Così si vede anche se le analisi sono veramente tanto faziose e fatte male.

      “Dato che la popolazione mondiale cresce e in qualche modo bisogna dare da mangiare a tutti, per contenere il danno sull’ecosistema, è meglio ampliare le superfici coltivate in modo estensivo, oppure ridurle coltivando in modo più intensivo e permettendo così un ampliamento”

      Rimando anche qui chi leggesse alla mia serie ‘critica della ragione agroindustriale’ dove ho cercato di affrontare l’intera questione alimentare in maniera più complessa di ‘campo piccolo – campo grande’.

      “La controprova è data dal fatto che se ci fossero dei veri vantaggi (le energie dirette ed indirette costano uguale e da decenni ci sono leggi stringenti in senso ambientalista) sempre più persone si metterebbero a produrre in un certo modo.”

      L’agroindustria nordamericane ed europea riceve laute sovvenzioni ma, soprattutto, non deve pagare per le esternalità che crea, che ricadono sulla fiscalità generale. Altrimenti sarebbe finita da un pezzo.

  6. Mi scuso se ho fatto ragionamenti terra terra. Ai miei tempi insegnavano a cercare di capire prima le cose semplici pet poi passare a quelle difficili. Lei evidentemente preferisce il contrario.
    Più di venti anni fa sono diventato Certificatore Biologico e credo (anzi sono sicuro) di aver letto almeno cento volte più articoli scientifici (non riviste di parte, pubblicate e sponsorizzate da quelle multinazionali che fanno affari d’oro con la moda del Bio) rispetto a lei sull’argomento. E fra tutte queste non ho mai trovato un articolo che dimostrasse quello che sostiene lei. Me ne citi almeno uno, non di parte, e le crederò. Anzi le chiederò pubblicamente scusa per aver dubitato.
    Anche sul secondo punto cade in contraddizione. Mi ha rimproverato più volte di portare solo analisi ed esperienze personali. E sulle analisi qui cita solo quanto ha scritto lei. Su altri campi non metto certo in dubbio che lei abbia conoscenze ed esperienze maggiori delle mie, ma non certo in campo agro-zootecnico. L’ha già dimostrato ampiamente. Oltre a provenire da famiglie di agricoltori (mio nonno, agronomo è stato più volte premiato per i suoi esperimenti colturali d’avanguardia), ho studiato, fatto il ricercatore, insegnato anche all’università e sempre lavorato in Italia e all’estero in questo campo. Anche sulla terza questione ha rigirato la frittata. Se avesse letto bene quanto ho scritto avrebbe capito che mi riferivo solo a coltivazioni Biologiche o Biodinamiche, che sono quelle che in Europa ricevono più sussidi. Su certi argomenti farebbe bene ad informarsi meglio. Si chieda anche il motivo per cui circa l’80% di queste aziende Bio supersussidiate sono concentrate in tre regioni del sud Italia (circa il 20% della SAU in Sicilia) ed il rimanente 20% nelle altre 17 regioni (meno del 2% in Lombardia).

    • “Più di venti anni fa sono diventato Certificatore Biologico e credo (anzi sono sicuro) di aver letto almeno cento volte più articoli scientifici (non riviste di parte, pubblicate e sponsorizzate da quelle multinazionali che fanno affari d’oro con la moda del Bio) rispetto a lei sull’argomento. E fra tutte queste non ho mai trovato un articolo che dimostrasse quello che sostiene lei. Me ne citi almeno uno, non di parte, e le crederò. Anzi le chiederò pubblicamente scusa per aver dubitato.”

      Fao e articolo peer review, spero basti

      http://www.fao.org/docs/eims/upload/233069/energy-use-oa.pdf

      https://www.mdpi.com/2071-1050/3/2/322/htm

      Aggiungo inoltre che io sostengo l’agroecologia e non l’agricoltura biologica, anche se quest’ultima non è rimasta ferma a 20 anni fa.

  7. https://nuovabiologia.it/i-danni-dei-mais-gm/
    http://www.ilnuovoagricoltore.it/articoli/tecniche-di-lavorazione/ (non tutto quello che c’è nel sito, a mio parere, risulta pienamente condivisibile, ma comunque le questioni sono poste in modo preciso e realistico)
    Si, ma questo Francesco (Franco?) si dovrebbe aggiornare. Concordo per quanto riguarda l’agroecologia. Ma in Europa non è così facile. E poi c’è il problema della proprietà dei terreni
    https://valori.it/70-terre-agricole-1-aziende/

  8. Innanzitutto grazie dei link. Sono esattamente il tipo di analisi che a non saperle “interpretare” bene portano a conclusioni farlocche.
    Da ragazzino avevo un amico bravissimo nei giochi di “prestigio”. Qualcuno me lo insegnò, ma soprattutto mi insegnò a riconoscere e valutare i trucchi di altri “maghi”. Questa attenzione ai “trucchetti” mi è rimasta e mi è servita anche in altri campi, come questi articoli. Tralascio quello della FAO, perché non sarei obiettivo e mi concentrerò solo sulla seconda meta-analisi. Avendo fatto anche io il ricercatore (ammetto di non esserci però portato) so bene che se vuoi dimostrare qualche cosa, basta spostare o “dimenticare” qualche dato e il gioco è fatto. In tutti i confronti fra metodo organico e tradizionale, viene giustamente sottolineato che i due maggiori input energetici sono le operazioni colturali (in particolare il tillage) ed i concimi chimici, azoto in particolare. Quasi tutti omettono però di menzionare che il metodo di no-till o strip-till, che erano stati inizialmente adottati da aziende organiche (di questo bisogna dare atto), ora sono molto più diffusi nelle aziende tradizionali. Lo stesso trucco metodologico viene usato anche a proposito dell’apporto di energia (28-30 % degli input) dei concimi chimici che viene considerato solo nelle aziende tradizionali, ma in quelle Bio NON viene MAI riportato invece l’apporto di energia contenuta nella sostanza organica. Ovvio che se su un piatto della bilancia metti un 30% in più e dall’altro non consideri (togli) un 15-20%, il peso reale sarà completamente sbilanciato. Solo qualcuno sottolinea queste omissioni (ad es. – 2.1: …..The absence of inorganic N fertilizer was the main contributor to reduced energy inputs and greater efficiency. It could be argued that the relatively reduced degree of mechanical weed control required in the study by Hoeppner et al. [27] is somewhat atypical of many current commercial organic crop production systems.
    Poco più sotto vien aggiunta anche un’altra stranezza metodologica: …. although their assumptions of organic field crop yields of 90–95% of conventional (as found in many USA studies) may not be realistic in all Canadian landscapes”. Tutto l’articolo è comunque sbilanciato a considerare i dati delle grandi aziende statunitensi e canadesi con migliaia di ettari ciascuna, e che non corrispondono certo alla media mondiale ed europea.
    In altre occasioni si trovano conclusioni che la dicono lunga sul tipo di analisi considerate. Ad esempio quello di un certo Alonso che pur notando come il consumo energetico totale delle aziende organiche analizzate sia di 8.27 Mj rispetto al 6.70 Mj di quelle tradizionali, conclude che andrebbe implementato il sistema organico in Spagna.
    Sull’argomento produzioni animali, poi si evidenziano ancora più chiaramente le contraddizioni. Per quanto riguarda i ruminanti, faccio notare che gli stessi che vorrebbero implementare il sistema organico favorendo l’estensività delle produzioni, sono gli stessi che parlano bene (giustamente) dell’importanza dei fertilizzanti organici (impossibili da raccogliere con sistema estensivo) e allo stesso tempo imputano agli stessi ruminanti di contribuire all’AGW. Anche un bambino delle elementari capirebbe che il sistema organico estensivo implicherebbe l’allevamento di un numero maggiore di ruminanti e di conseguenza più gas serra prodotti.
    Questo è niente rispetto ai confronti tra carni suine e avicole, complessivamente quasi l’80% dei consumi mondiali di carne. Qui viene fuori che in quasi tutte le ricerche, i consumi energetici e l’impronta ecologica del sistema organico sono più elevati.
    A questo punto il semplice buon senso impone due domande: se fosse vero che il sistema organico ha enormi vantaggi dal punto di vista dei minori input energetici (concimi e gasolio costano cari); minori esigenze di fitofarmaci ed erbicidi (anche qui godrebbero di un notevole risparmio); prezzi di vendita molto più elevati; maggiori contributi pubblici rispetto al tradizionale, per quale oscura ragione non vengono fatti da tutti? Il 96-97% degli agricoltori mondiali sarebbe dunque stupido e solo il 3-4% intelligente? E qui parlo solo di soldi: argomento molto più comprensibile dell’interesse all’ambiente. Per quale ragione la superficie coltivata a PGM è di 13-14 (tredici-quattordici) volte superiore a quella coltivata con metodo Bio? Perché anche in Italia la percentuale della SAU a Bio è del 13-14% e le produzioni Bio sono circa il 3% del totale? Questa discrepanza va a favore o contro la definizione di sostenibilità?
    Concludo con una curiosità: mi saprebbe dare l’indirizzo di un’azienda italiana (possibilmente di medie dimensioni -circa 10 ettari- e del Nord Italia) dove praticando questa fantomatica agroecologia riescano a mantenere una famiglia di agricoltori? Io ci ho provato una ventina di anni fa e a parte aver reso molto bella la mia azienda (ho quasi 500 alberi di altezza tra i 10 ed i 20 metri ed più di un km di siepi), non ci guadagno niente.

  9. Mi sono venuti in mente altri trucchetti usati da chi vuole dimostrare che il Bio è più ecocompatibile. Il primo riguarda il sovescio e cioè il metodo di coltivare delle leguminose e poi interrarle per ripristinare la fertilità del suolo per poi coltivarci qualche cosa di edibile. La prima coltura però comporta comunque delle lavorazioni del terreno, semina, irrigazione e aratura, con conseguente input energetico. Che però non viene conteggiato nella seconda, alterando il dato finale. Un altro trucco consiste nel confrontare i due metodi fatti su aziende di estensione molto diversa e magari anche con diverse caratteristiche pedologiche. Capirà che se confronto i dati raccolti da una azienda tradizionale di 1000 ettari ed una Bio di 20-30 ettari, avrò risultati falsati. E’ per questi motivi che l’unico modo per capirci qualche cosa (ed evitare tutti i bias) è confrontare i dati di una singola ricerca fatta su aziende identiche come superficie e pedologia, e non le metanalisi, in cui tutto si confonde e si prestano di più alla raccolta di ciliegie. Guardi che a suo tempo a queste cose ci ho creduto anche io ed è anche per questa delusione che ora mi fanno così incazzare.
    Fuzzy: e sarei io a dovermi aggiornare? Le prime macchine per le lavorazioni no-till le ho viste alla Fiera di Godega di Sant’Urbano, a metà degli anni ’90, quando vi organizzavo delle Conferenze sugli struzzi. E chi le vendeva mi chiese subito da dove venivo (riconobbe il mio accento di quasi lombardo) e mi disse subito che sui miei terreni sassosi e ferretizzati non era un sistema valido. In giro per il mondo le superfici coltivate con questo sistema o il più evoluto strip-till, superano oramai i 200 milioni di ettari (circa 20 volte la SAU italiana) mentre il totale dei terreni coltivati a Bio & Co in tutto il mondo non supera i 20 milioni di ettari. Dunque sei tu che devi studiare ed aggiornarti.

    • Premetto una cosa: questa discussione, da 3-4 settimane a questa parte, ha preso la piega che a me non piace (e in cui invece lei sembra sguazzarci), del resto molto tipica. Infatti si ragiona come se ci fosse un problema di produttività del cibo, quando invece ne produciamo per 11-12 miliardi di persone e le criticità riguardano accesso e sostenibilità. Comunque non mi sottraggo e cerco di rispondere a tutto.

      CONSUMI CONVENZIONALE vs BIOLOGICO
      Adesso sarò io a ragionare terra terra, spero non troppo. Ci possono essere consumi ‘ombra’ non calcolati nella produzione di concime naturale, ma ce ne sono anche in quelli dei fertilizzanti di sintesi: i dati riguardano solo i processi produttivi nel laboratorio chimico, non tengono conto di quelli di estrazione e trasporto ad esempio, ed essendoci di mezzo cose come trivelle, navi e aerei cargo dubito che possano essere inferiori a quelli della controparte. Ma ignoriamoli facendo un ragionamento per assurdo.
      Secondo l’USDA, mediamente tra consumi diretti e indiretti abbiamo un il 24% per i combustibili per le macchine agricole e 37% complessivamente per sintetizzare fertilizzanti e pesticidi. Vuol dire quindi che, per eguagliare i consumi del convenzionale, il biologico dovrebbe arrivare a impiegare il 154% in più di combustibili per i macchinari… mi sembra un valore francamente esagerato.
      Lei vuole una “una singola ricerca fatta su aziende identiche come superficie e pedologia”, ed era quella dell’università di Pisa che le avevo linkato nei commenti all’articolo di fine anno, la cerchi.

      ALLORA PERCHE’ NON PASSANO TUTTI AL BIOLOGICO ECC.
      L’ho già ripetuto fino alla nausea: finché il convenzionale non deve pagare per le esternalità ambientali è una competizione truccata. Anche perché è nel tempo che si compensano i risparmi sui prodotti di sintesi, non nell’immediato. Se certe spese per tamponare il danno se le dovessero accollare gli agricoltori e non la fiscalità generale, tante cose cambierebbero.

      LA SUA ESPERIENZA DEL BIOLOGICO
      Lei non è il primo che mi viene a dire “io sono stato un pioniere del biologico e ho sperimentato che è una cagata pazzesca”. Tutte queste persone di solito avevano in comune una cosa: tanto ben intenzionate ma veramente scarse quanto a conoscenza di sostenibilità ambientale. Gente che appena ha visto rese più basse e maggiori operazioni nei campi ha buttato a mare tutto…
      In poche parole, queste persone, non avendo un’idea dei consumi diretti-indiretti in ballo, non avevano i mezzi per valutare la bontà ecologica di quanto realizzavano.
      Faccio un esempio: in Italia, a inizio anni 80, tra fertilizzanti e pesticidi l’uso di input di sintesi per ettaro era tra il 25-35% maggiore di oggi, quindi i consumi indiretti erano talmente elevati che anche la peggior porcheria biologica poteva vantare quasi certamente un bilancio energetico migliore (oggi invece colture richiedenti poco azoto e limitati pesticidi possono performare complessivamente anche meglio di un biologico per unità di prodotto).
      Io non mi permetto assolutamente di giudicare la sua abilità di agricoltore, per quanto riguarda le conoscenze di sostenibilità dimostrate finora avrei invece abbastanza da ridire. E’ molto ferrato sui consumi diretti che ha toccato con mano, ma su quelli indiretti mi è sembrato che ne sapesse poco o nulla. E senza quelli non si può esperimere un giudizio ponderato.
      Inoltre l’agricoltura biologica non si è fermata a 20-30 anni fa, ovviamente.

      AGROECOLOGIA
      Se sulle competenze da agricoltore, ripeto, non mi permetto di dire mezza parola, sul suo essere esperto di agronomia invece ho più di qualche dubbio.
      Lei confonde l’agricoltura biologica con l’agroecologia che, come puntualizza bene fuzzy, sono cose diverse. Nell’agroecologia ad esempio è concepibile l’apporto della chimica di sintesi ma come integrazione e non sostituzione della materia organica; anche la pratica di usare la rotazione e il no till sulle coltivazioni convenzionali è di ispirazione agroecologica.
      Da 15-20 anni si insegna alle università e si tengono corsi di laurea, è stata uno dei temi dominanti di Expo 2015 e la FAO da qualche anno la ritiene il paradigma produttivo che dovrà superare la rivoluzione verde. Da alcuni anni esiste l’Associazione Italia di Agroecologia, presieduta dal Stefano Bocchi, Ordinario di Agronomia e coltivazioni erbacee presso il Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli Studi di Milano (direi il soggetto per molti dei suoi dubbi, dalla concimazione alle aziende africole che la possono incuriosire).

  10. Francesco
    Non si capisce perché continui a parlare di biologico mentre altri fanno riferimento all’agroecologia.
    Lo strip-till ha diverse caratteristiche in comune con l’agroecologia, a parte la meccanizzazione e il fatto che si concentra esclusivamente sul mantenimento della fertilità del suolo, trascurando le sinergie ambientali e i legami a un modello di economia su scala locale e familiare che caratterizzano la coltivazione agro ecologica.
    Quindi, perché lo strip till dovrebbe essere progredito e l’agroecologia no? È soltanto una questione di applicabilità in diversi contesti.
    Secondo me, lo ribadisco, non sei aggiornato sull’agroecologia. Spero di non dover leggere un altro polentone come quelli che scrivi di solito. In ogni caso chiudo qui.

  11. Anzi, aggiungo.
    Alla fine del discorso, tutta la questione può essere sintetizzata nella seguente domanda: monocoltura si o monocoltura no?
    Dal tipo di risposta deriva tutto il resto.

  12. Sia lei che il “confuso” dimostrate di non leggere bene quanto scrivo. Parto dall’ultimo punto. Mi sono interessato al biologico più di 40 anni fa, ma non l’ho mai fatto. Quando è morto mio padre e ho dovuto prendere in mano io l’azienda, avevo già capito che fosse una pagliacciata e/o un mezzo per spillare soldi ai gonzi. Già all’epoca però mi interessava l’agroecologia che ritenevo, come fate voi ora in ritardo di 20 anni rispetto a me, una buona soluzione. E quindi ho modificato l’azienda secondo questi criteri. Me ne sono pentito perché non funziona. E appunto le ho chiesto (a Fuzzy l’ho già chiesto molte volte senza ottenere risposta), visto che pur non essendo del settore ed avendola scoperta 20 anni dopo, sembra conoscerla meglio di me, di darmi un (uno solo) indirizzo dove andare a vedere e possibilmente imparare dove avrei sbagliato. Non pensavo che tale semplice domanda fosse così difficile da capire.
    Ritorno al Biologico. Anche qui dimostrate entrambi di non essere aggiornati. Il Biologico era una buona soluzione 30-40 anni fa quando nell’agricoltura tradizionale si usavano prodotti veramente tossici. Poi l’agricoltura tradizionale e le ditte produttrici di fitofarmaci, sotto la spinta di un’opinione pubblica giustamente preoccupata, è progressivamente e nettamente migliorata, mentre il Biologico da una parte è rimasto fermo, dall’altra ha venduto l’anima ai soldi ed approfittatori della moda. Non a caso tutte le più grandi multinazionali vi investono, perché più lucrativo. Sbaglia completamente anche sul consumo carburante. Su questo ho solo testimonianze del mio confinante che coltiva kiwi bio e dice di consumare quattro-cinque volte più combustibile rispetto a me (anche io coltivo kiwi) e il mio ex-fornitore di gasolio che invece si limita a circa il triplo nelle aziende Bio. Anche solo per semplice logica il consumo è più che doppio: tutte le operazioni contro le malerbe devono essere compiute almeno 4 volte più che nel convenzionale; le operazioni colturali con sovescio sono doppie (di fatto sono due colture, di cui una sola porta al raccolto) e lo stesso anche per l’irrigazione e raccolta su superfici quasi doppie per la minore produzione per ettaro. Se aveste letto bene la metaanalisi che ho commentato, avreste appreso che più ricercatori, hanno giustamente sottolineato come certi minori input energetici nelle produzioni Bio, venissero poi ribaltati per una filiera molto meno efficiente rispetto al tradizionale. Mi ricordo quello che aveva comparato i rispettivi consumi energetici per produrre una pagnotta di pane e poi quella Bio venendo venduta a più di 400 km di distanza (alla faccia del Km0) veniva ad avere un’impronta eco molto più elevata.
    Fuzzy: anche io sarei contrario alla monocoltura, ma purtroppo questa è diventata una necessità per due motivi: una, due, al massimo tre persone (e metà di queste con età medie superiori ai 55 anni come in Europa) devono dare da mangiare agli altri 97-98-99; siamo 7,8 miliardi di abitanti. Prima risolvi questi due problemi e poi aboliamo la monocoltura.

  13. Fuzzy: tra il 1992 ed il 1994 ho lavorato in due grossi progetti finanziati dall’Ue in Albania ed in Colombia. Quest’ultimo era un progetto di sviluppo della sericoltura in zona cafetera. Il personale tecnico ed amministrativo del progetto ci fu prestato da una grossa cooperativa cafetera della zona. L’amministratrice del progetto aveva una sorella (anche lei economista) che in quegli anni venne in Europa (non ricordo dove, credo in Germania o in Olanda) ad una riunione di Via Campesina. Ne tornò delusa, sia perché poco interessati ai prodotti da esportazione (caffè, tè, cacao, ecc, ma solo a prodotti di autoconsumo, sia perché ebbe modo di constatare l’enorme differenza di prezzo tra i prodotti equosolidali (lei si occupava soprattutto di questo per alcune cooperative femminili del Valle del Cauca) venduti in Europa (il doppio o il triplo dei prezzi normali) e il “premio” pagato ai produttori colombiani di caffè: non ricordo se il 16 o il 18% in più del prezzo normale. Dopo quella prima volta ho sentito parlare ed ho letto molti articoli su Via Campesina, ma sempre associati solo al falso problema sementi. A leggere questi articoli sembra che ci sia qualcuno che malvagiamente impedisca ai piccoli contadini di tutto il mondo di seminare e scambiarsi i semi che preferiscono. Per impedirlo servirebbero milioni di ispettori! Poi ho capito che tutto è partito dalla disputa tra due ditte francesi (ora non ricordo il nome) che commercializzavano sementi “antiche”. Una seguiva le vigenti norme europee e faceva analizzare la conformità del prodotto (se sulla confezione indichi che il contenuto sono semi di pomodoro Cuor di Bue, il consumatore deve essere sicuro (e garantito per legge) di trovare quelli e non dei semi di datterino. L’altra ditta invece pretendeva che non ci fossero controlli. Ovviamente l’UE ha dato ragione alla prima. Apriti cielo: tutte le associazioni con Via Campesina in testa, insorsero e per anni seguirono articoli che gridavano allo scandalo. In realtà, basta che siano rispettate le basilari norme di salvaguardia del consumatore e si può tranquillamente commercializzare di tutto. Anche le sementi brevettate possono essere tranquillamente riseminate, senza pagare alcunché fino ad un massimo di 920 qli per azienda. Poi, l’agricoltore paga al costitutore 0,5 Euro ogni 10 qli in più. A proposito invece di commercio equosolidale: anni fa ho cercato di aiutare due cooperative di donne di Agadir e Taliouine a vendere ad un prezzo maggiore olio di Argan e zafferano. Mi sono portato dei campioni in Italia, li ho fatti analizzare da ditte potenzialmente interessate che li hanno trovati entrambi ottimi. Quando ho presentato tutto l’incartamento (compresa la Certificazione Bio) mi hanno chiesto anche la Certificazione Fair Trade. Non avendola ho chiesto informazioni. Questa viene rilasciata solo da un ente tedesco al costo di circa 30.000 euro (dell’epoca) per ciascuna cooperativa. Ovviamente non potendo pagare tale cifra (enorme per quella realtà) entrambe le cooperative desistettero e continuarono a vendere il prodotti a commercianti tedeschi ed olandesi che triangolandolo attraverso ditte certificate, potevano rivendere l’olio d’Argan al doppio del prezzo d’acquisto e lo zafferano a cinque volte di più. C’è del marcio non solo in Danimarca!

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